" /> SLOWCULT: settembre 2009

mercoledì 30 settembre 2009

La reunion dei Jesus Lizard e il concerto di Roma

Duane Denison 01 (drake lelane)
Grandissimo e graditissimo ritorno al Circolo degli Artisti nel primo giorno di autunno: i Jesus Lizard, uno dei più importanti e influenti gruppi del rock alternativo degli anni Novanta portano il loro reunion tour a Torino, Bologna e Roma. Avevano annunciato il ritorno sulle scene della formazione originale a inizio 2009, con una serie di concerti tra Stati Uniti ed Europa, iniziata a maggio all’All Tomorrow’s Parties di Minehead, nel Regno Unito. Si erano sciolti nel 1999 dopo sei album (due meravigliosi, due ottimi, e due sottotono), tutti titolati con una parola di quattro lettere. Dieci anni dopo ritornano in forma smagliante, capaci di performance live intensissime e difficilmente dimenticabili per chi ha potuto assistervi.
Aprono gli Edible Woman, un trio (basso/voce, batteria, sintetizzatori) proveniente da Fano e dedito a una strana mistura di noise, hardcore e psichedelia, di cui riusciamo a sentire solo un paio di brani, che non ci permettono di esprimere un giudizio compiuto. Proposta interessante, in ogni caso.
Ma pochi sono riusciti in realtà a concentrarsi sulla musica degli Edible Woman perché era troppo forte l’attesa per il gruppo di Chicago: i Jesus Lizard si presentano sul palco con la formazione che nella prima metà degli anni Novanta li impose come uno dei gruppi più significativi lanciati dalla leggendaria Touch and Go Records, che ha pubblicato gruppi del calibro di Big Black, The Ex, Rachel’s, Blonde Redhead, The Rollins Band, Slint, Don Caballero, Shellac e Butthole Surfers (nonché i siciliani Uzeda), giusto per nominarne alcuni.
David Yow 01 (Nick Helderman) A volte inseriti inspiegabilmente e con troppa fretta nel calderone grunge, probabilmente solo per una coincidenza temporale, i nostri sono in realtà i portabandiera di un noise rock malato e furioso, di chiara derivazione punk e hardcore, in cui spicca il geniale lavoro chitarristico di Duane Denison, suono tagliente e metallico e riff dissonanti, ma incredibile ricercatezza nella composizione e precisione da virtuoso nell’esecuzione. A sorreggerlo ci pensa la perfetta sezione ritmica composta dal batterista Mac McNeilly, ineusaribile picchiatore dal gusto raffinato, e dal bassista David Wm. Sims, suono possente e cavernoso e tecnica notevole. Ma a farla da padrone è David Yow, folle frontman a metà tra Iggy Pop e Johnny Rotten, ma molto meno bravo a cantare: Yow urla, rantola, sbraita e sputa parole incomprensibili, in piena linea con il nichilismo animalesco che traspare dalla musica dei quattro, e passa più tempo a volare sopra il pubblico che sul palco.
Si parte fortissimo con “Puss”, tratta da “Liar”, e che fu pubblicata in uno split single diviso nientemeno che con i Nirvana (peraltro “Puss” stravince il confronto con “Oh, The Guilt”, il brano del gruppo di Kurt Cobain). Denison ha i capelli bianchi, Yow e Sims hanno messo su qualche chilo, ma i dieci anni trascorsi dallo scioglimento non hanno minimamente scalfito la forza e l’impatto live della band, né tantomeno la qualità e la freschezza della musica.
I Jesus Lizard pescano da tutta la loro discografia, privilegiando ovviamente i due capolavori “Goat” (1991) e “Liar” (1992), ma non disdegnando la loro produzione precedente (“Head” e l’EP “Pure”) e successiva (“Down”, “Shot” e “Blue”, gli ultimi due pubblicati per la major Capitol Records). E allora si va dalla magnifica chitarra slide di “Nub”, quasi un brano stoner ante-litteram, ai riff schiacciasassi e alle urla sguaiate di “Mouth Breather”, dal rock ubriaco di “Blue Shot” alla frenesia di “Boilermaker”, dagli arpeggi geniali di “Monkey Trick” alla schizofrenia di “Seasick”, con David Yow che strepita “I can swim! I can’t swim!” mentre effettivamente sta nuotando sulle teste degli spettatori presenti. David Wm Sims 01 (Jeremy Farmer Photog)
Il suono unico della band, a suo tempo cesellato e raccolto su nastro da quel genio anticonformista che risponde al nome di Steve Albini (tra gli innumerevoli album che ha prodotto basti ricordare che Kurt Cobain lo volle dietro al mixer per “In Utero”), è riprodotto fino all’ultimo dettaglio, con la voce di Yow volutamente sommersa nel marasma degli altri strumenti, per rendere ancora più incomprensibili le urla del cantante.
Si va verso la fine del concerto con “Then Comes Dudley”, prima traccia di “Goat”, con un riff davvero geniale di Duane Denison, probabilmente uno dei chitarristi più sottovalutati della storia del rock, perché semisconosciuto all’ascoltatore medio (in realtà il discorso vale per tutta la band, che non raggiunse mai una grande notorietà, nonostante l’importanza storica che ha rivestito). E nei bis è il momento delle urla furiose di “Bloody Mary”, risalente a “Pure”, primo EP dei Jesus Lizard registrato, prima dell’ingresso di McNeilly in formazione, con una drum-machine al posto della batteria vera, come da lezione dei Big Black (storico gruppo post-punk di Chicago capitanato proprio da Steve Albini).
Forse il decennio rock che sta per concludersi verrà ricordato non per le novità discografiche (che pure non sono mancate) ma per le reunion, perché se ne sono viste davvero tantissime, di band più o meno famose, più o meno importanti, più o meno commerciali. Ma è certo che pochissime di queste hanno avuto la credibilità e la forza d’urto di quella dei Jesus Lizard. La Touch and Go li celebra degnamente ripubblicando in questi giorni in edizione rimasterizzata l’EP “Pure” e gli album “Head”, “Goat”, “Liar e “Down”. Non lasciateveli scappare!

Live report di Andrea Carletti

Le foto riportate nell’articolo sono di drake lelane, Nick Helderman e Jeremy Farmer Photog

martedì 29 settembre 2009

Antony and The Johnsons “The Crying Light” all'auditorium di Roma

Ormai leggendario mentore dell’Avanguardia di New York ed ammirato da grandi Artisti come Lou Reed e Laurie Anderson, Antony Hegarty è tornato dopo quattro mesi all’Auditorium, facendo nuovamente registrare il tutto esaurito ed offrendo una nuova performance di grande tensione poetica e spirituale. Il visionario Artista, supportato da un’Orchestra di 49 elementi tra i quali erano nascosti alcuni dei Johnsons, al centro di un palco costantemente buio o scarsamente illuminato ed in piena sintonia con la sua romantica poesia crepuscolare, ha spaziato attraverso i brani meno noti della sua produzione in un’atmosfera di grande suggestione e di grande emozione per gli spettatori. La stupenda voce baritonale di Antony ha fatto da contraltare alle splendide sinfonie orchestrali che accompagnavano lo svolgimento della propria esibizione, musicalmente cristallina, fortemente epica, ma, d’altro canto, abbastanza ostica per i canoni armonici classici. I brani si sono dipanati uno ad uno, iniziando dall’avvolgente The Rapture, drammatico inno che contempla le lacrime che cadono sul pavimento a seguito della perdita dei genitori e degli amici, per continuare con la solare Christina’s Farm, dedicata alle amiche Cocorosie ed al ricordo di una breve permanenza in una fattoria di loro proprietà nel Sud della Francia. Nella vibrante For Today I Am a Boy dall’atmosfera lirica ed avvolgente l’Artista immagina un futuro in cui sarà una bella donna, ma per ora è solo un ragazzo.
Un grido di dolore per la sofferenza del pianeta proviene da Another World, ove si condensa la pessimistica visione dell’Artista, un po’ appesantita dal magniloquente accompagnamento orchestrale;
Egli peraltro ha interloquito volentieri con il pubblico, spiegando e commentando i suoi brani ed arrivando a confessare il suo straniamento per la struttura dell’Auditorium: le tre grandi avveniristiche costruzioni che contengono le sale concerti venivano viste come giganteschi contenitori d’acqua che avrebbero potuto aprirsi e travolgere tutto. Dopo la cover di Beyonce Crazy in Love l’Artista in un lungo monologo ha delineato l’ispirazione e la tematica di uno dei brani cardine della sua opera, la suggestiva Everglade, la cui lirica ed avvolgente esecuzione, potenziata dallo splendido accompagnamento d’archi da parte dell’Orchestra, è stata poi accolta da un’ovazione.
Antony ci ha poi intrattenuto sul suo profondo legame con la Terra, che chiama Madre ed ha espresso le sue convinzioni filosofiche, rammentando il suo spaesamento adolescenziale, determinato da un’educazione cattolica che negava il valore della materia e quindi della natura, quando noi tutti siamo costituiti da materia e per la maggior parte di acqua, e siamo pertanto molto simili ad un fiume; ha rievocato con commozione il suo terrore del Paradiso, che gli veniva presentato come un posto in cui avrebbe rivisto i suoi genitori, ma non gli amici, che sarebbero stati destinati all’Inferno. La terra, nella visione dell’Artista, è considerata l’origine di tutto: in una poetica illuminazione la considera la sua Casa; in un rapporto panteistico con gli elementi della natura, aria, terra, acqua, fuoco, ritrova le radici spirituali e materiali che conferiscono senso all’umana esistenza.
I Fell in Love with a Dead Boy, struggente e dolorosa poesia intrisa di profondo stupore e caratterizzata da un intenso e visionario romanticismo, è stata resa ancora più drammatica dalla suggestione dell’accompagnamento orchestrale, approdando ad un senso di tragicità e di ineluttabilità del fato. Nella emozionale Crippled and the Starfish, l’Orchestra ha accompagnato Antony assecondandone la vena più melodica; la sua gestualità fortemente teatrale si è compenetrata perfettamente con la ispirazione intimistica del brano. In Dust and Water è risultata in primo piano la voce dell’Artista, densa di pathos ma stavolta con accompagnamento un po’ sopra le righe.
Di stupefacente bellezza la drammatica rappresentazione della sua più grande poesia dark, Her Eyes are underneath the Ground, il cui svolgimento è apparso letteralmente da brivido, mentre la splendida e lugubre conclusione orchestrale è sembrata degna di entrare negli annali della musica. L’ecologica Salt, Silver & Oxigen, altra riflessione sui temuti guasti subiti dalla natura vista come principio e fine di tutte le cose e la meravigliosa The Crying Light, che la dimensione orchestrale ha rafforzato e potenziato nel suo intenso lirismo e nelle evocative immagini di stupendi cristalli di luce, hanno costituito i richiestissimi bis, concludendo tra le ovazioni del pubblico lo splendido concerto.
La performance del grande Musicista è stata come sempre straordinariamente coinvolgente, la sua poesia è degna dei grandi del Romanticismo, ma la scelta della dimensione orchestrale sarebbe stata più consona alla maggior parte dei brani contenuti nel suo primo album del 2000, intitolato semplicemente Antony and The Johnsons, ma stasera stranamente assenti. Voce intensamente romantica, come poche grandi voci del passato, essa trova infatti la sua migliore realizzazione nell’accompagnamento di archi e piano, in una dimensione lievemente cameristica che i Johnsons contribuiscono a creare alla perfezione; certamente la dimensione Orchestrale è molto suggestiva e contribuisce alla creazione di un’atmosfera densa di pathos, ma rende a volte la musica più fredda e convenzionale, come in una splendida ma scolastica performance di Musica Classica Contemporanea.

Recensione di Dark Rider
Foto di Claudia


Scaletta:

The Rapture
Christina’s Farm
For Today I am a Boy
Everything is new
Another World
Crazy in Love
Everglade
Ghosts
I Fell in Love with a Dead Boy
Dust & water
Cripple and the Starfish
Her eyes are underneath the ground

Salt, Silver & Oxygen
The Crying Light